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In viaggio con papà. I tour operator si accorgono che sta diventando un fenomeno

Written By Giorgio G on martedì 29 marzo 2011 | 06:02

Ne hanno contati almeno 35.000: sono i papà divorziati che vanno in vacanza da soli con i figli. E il mercato non si lascia scappare questa nicchia di mercato in ascesa e prepara offerte ad hoc. E' uscito in questi giorni un bell'articolo de La Repubblica che analizza il fenomeno.

IN VIAGGIO con papà, che guarda con te un vecchio film mangiando patatine sul letto, o che ti lascia fare il bagno in mare anche quando il soleè sceso. Il 60 per cento dei bambini vede così la vacanza a tu per tu con il genitore maschio, una realtà che cresce di anno in anno insieme alle separazioni e che rappresenta una nicchia di mercato interessante per chi vive di turismo.
I dati arrivano da Children' s Tour, il salone specializzato nel turismo under-14, e dall' Osservatorio nazionale sul turismo giovanile: nel 2010, sono stati 35.000 i padri soli partiti insieme ai figli. Un segmento che oscilla intorno al 2 per cento, ma che cresce da cinque anni a questa parte. «Le cifre sono ancora piccole ma il mercato le ha già registrate - dice Paola Ragazzini di Iscom Group, la ricercatrice che cura i numeri dell' Osservatorio - E ha cominciato a praticare verso i papà single le stesse politiche riservate alle coppie di genitori: albergo gratis per il bambino che dorme nella stessa stanza, o forti sconti sui pacchetti completi». L' Emilia Romagna, con le sue attrezzatissime sponde, è stata la prima: baby sitter sempre disponibile in spiaggia, lezioni di nuoto, pranzi speciali suddivisi per fasce di età nei ristoranti in riva al mare, seggiolini, salvagenti di tutte le taglie e perfino passeggini. Oltre ai prezzi, naturalmente, sui quali però ormai puntano anche altre regioni: nelle Dolomiti, per esempio, il turismo estivo è a misura di mini-famiglia, con sconti del 30 per cento e oltre per i padri soli e slogan pensati per conquistare chi durante l' anno lavora edè troppo impegnato per dedicare tempo ai figli. «Queste esperienze a tu per tu tra padree figli sono molto positive. Occorre essere attentissimi, però, quando nel cerchio si inserisce una persona nuova, la compagna o fidanzata di papà - dice la psicoterapeuta Maria Rita Parsi - È difficile condividere l' estate con qualcuno col quale non c' è mai stata intimità prima, e non è semplice far nascere amicizia con una figura adulta che in nessun caso deve giocare a fare la mamma». «Ma i padri sono attentissimi, forse perché meno abituati a ritrovarsi a lungo con i bambini - rassicura Chiara Rosati, alla guida di bimboinviaggio. com, il portale su cui si cercano le vacanze a misura di piccolissimi - Ormai circa il 20 per cento delle domande e delle ricerche è fatto da uomini, che oltre al prezzo e alla destinazione vogliono sapere che fare una volta arrivati, si informano su musei e parchi acquatici, chiedono se al ristorante dell' albergo il figlio potrà avere i suoi piatti preferiti».

Il 31 per cento dei bambini e ragazzi italiani, del resto, è andato in vacanza almeno due volte nel 2009, mentre il 76,3 per cento si è limitato a un solo periodo: sul mare per i bambini, insomma, non si taglia. E, di fatti, il 70 per cento dei papà sceglie questa opzione, anche se contemporaneamente crescono le vacanze (più brevi) nelle città d' arte. Un mare vicino, facile, amichevole. E possibilmente italiano, viste anche le difficoltà burocratiche che ancora deve affrontare un genitore solo con i figli al momenti di espatriare: permessi da firmare, code, trattative con l' ex coniuge. Per vedere l' effetto che fa, ci sono anche le vacanze di un giorno, come il Daddy Day Camp di Genova, una giornata di sport padri-figlie che si tiene in settembre, o Giopà, lo spazio che il comune di Milano ha inaugurato nel 2008 per i weekend e i mercoledì di pioggia. E in Brianza, ad Agrate, i papà possono frequentare anche un corso di cucina. - VERA SCHIAVAZZI

Intervista a Tiberio Timperi per il mensile FOGLI sulle separazioni

Written By Giorgio G on lunedì 28 febbraio 2011 | 02:00

Duro, secco e preciso Tiberio Timperi in questa intervista per il mensile Fogli, supplemento sulla famiglia e l'educazione alla rivista Studi Cattolici a cura dell'Associazione Ares.

Ha il tono pacato ma deciso Tiberio Timperi, giornalista «in prestito» al mondo dello spettacolo, mentre parla della sua situazione di separato. La voce si vela di pianto e le parole escono a fatica quando parla del figlio Daniele di cinque anni, avuto dalla ex moglie Orsola Gazzaniga, che vede con «qualche difficoltà».

Si sente un padre di serie B?
Eh sì. Se perdi certi momenti importanti della vita con tuo figlio, sei un genitore di serie B.

In particolare?
Non potere tutte le sere rimboccargli le coperte, stargli accanto, parlargli, tifare magari per la stessa squadra.

Beh, dipende per che squadra.
Mi manca la quotidianità di stargli accanto. Accompagnarlo al campetto di calcio. Curarlo quando
sta male. Tutto questo mi manca.

Manca anche a suo figlio?
Lui mi dice che sono il suo miglior amico. E questo mi fa venire le lacrime agli occhi. Non gli fac-
cio mancare niente, però capisce che qualcosa non va. E penso che ne soffra.

E lei?
Sono cresciuto in una famiglia normale, solida, di sani e semplici princìpi: oratorio la domenica,
rispetto per tutti e onestà.

Le sono serviti?
Devo ammettere che se non avessi avuto una formazione così solida, non so come avrei sopportato
quello che mi sta accadendo. I miei genitori mi sono sempre stati vicino.

Anche adesso?
Racconto poco a mio padre. Ha 87 anni e non sta tanto bene. Vede poco suo nipote, e questo mi fa
soffrire. Ma tutto sommato, riesco a mascherare bene la situazione. Mia madre se n’è andata tanti
anni fa e mi manca ancora adesso.

Chi le è stato vicino?
Michele Guardì. L’ho sempre considerato un secondo padre. E infatti mi è stato vicino in silenzio,
solo con sguardi pieni di solidarietà.

E gli altri colleghi?
Non frequento l’ambiente dello spettacolo. Non sono mai sui giornali di gossip, non ho una vita che
fa notizia. E quindi ciascuno resta nel proprio guscio. Ma non è un’accusa. Per nessuno.

Lei è credente?
Continuo a essere credente, anche se non sono praticante. Soprattutto, sono rimasto fedele ai valori
fondamentali ereditati dai miei.

E li ha trasmessi a suo figlio.
Certo: soprattutto onestà e rispetto verso il prossimo.

Non fare agli altri... eccetera eccetera?
Esattamente. Voglio che abbia la stessa corazza interiore che mi hanno costruito i miei e che adesso
mi permette di andare avanti e affrontare tutto quello che mi sta accadendo.

Gli insegnerà anche a pregare?
Gli insegnerò esattamente quello che ho imparato da mio padre e da mia madre.

Che cosa si aspetta dalla Chiesa?
Dalla Chiesa mi aspetto un sostegno morale.

Quante volte vede suo figlio?
Mi spettano – secondo il tribunale – tredici giorni e dieci notti al mese. Ma in pratica, non è così.

E com’è?
È dovuto intervenire il Tribunale per ripristinare la legge.

Situazione imbarazzante.
Ho le spalle grosse e una forza interiore granitica. Non
mi fermerò. Anzi.

Crede ancora nel matrimonio?
Certo. E credevo nel matrimonio quando mi sono spo-
sato. Quando ho detto sì pensavo fosse per sempre.
Davvero.

Si è sposato in chiesa?
No, in comune. La mia ex moglie aveva appena ottenu-
to l’annullamento dalla Sacra Rota del matrimonio
precedente. E adesso divorzia da me.

Come vive il divorzio?
Come un fallimento. Per questo vorrei che venisse con-
cesso in fretta. Così si risolverebbero subito i problemi
con i figli, senza ostacoli.

La legge sull’affido condiviso è un ostacolo?
È una legge di alto profilo, ma applicata in maniera
ipocrita. E alla fine discrimina i papà.

Il colpevole?
Un femminismo anacronistico dove i padri possono –
e forse devono – cambiare i pannolini, ma non possono
quasi mai avere l’affido del figli.

Così, è sceso in campo.
Al grido di «diritto ai figli», voglio mettere a disposizione
la mia popolarità per aiutare chi non ha la possibilità di
farsi sentire, ascoltare. Voglio dare una mano a quelli
che si trovano in mezzo a una strada a causa di un siste-
ma che in caso di separazione privilegia le donne.

Lei invece?
Sono titolare di un provvedimento di affido condiviso.

Che però non condivide.
Un provvedimento ben fatto e illuminato, ma...

Ma?
Non è stato interpretato a favore di mio
figlio. Ma sono problemi molto diffusi.

Per esempio?
Le madri possono facilmente ostacolare il rapporto con il padre. Basta un certificato medico o non
rispondere al telefono.

Lo fanno anche i padri.
In Italia, nel 95% dei casi il figlio viene collocato con la madre.

Una giustizia ingiusta.
La legge funziona solo se c’è buon senso da parte di tutti e due. Ma in caso di separazione giudiziale
non è applicabile.

Una legge sfacciatamente dalla parte delle mamma.
Le mamme sanno che il 99,9% delle volte il figlio verrà collocato presso di loro. E molto spesso lo
usano come una forma di vendetta.

Un rimedio?
Basterebbe fare come all’estero: l’arresto per il genitore che ostacola l’applicazione
della legge.

Invece in Italia?
Al massimo una multa di 103 euro.

Ma qui la mamma è sempre la mamma, anche per la legge.
Appunto. La donna in Italia è super tutelata.

La storia dice il contrario.
Le donne in Italia hanno subìto violenze, soprusi, angherie. Ma non ci possiamo sdebi-
tare solo al momento del divorzio. Perché così arrivano i problemi legali e psicologici.

Per le donne, anche quelli economici.
Le madri hanno l’affidamento del figlio nove volte su dieci. E con il bambino otten-
gono anche la casa.

E il padre?
Dopo avere lavorato una vita si trova all’improvviso senza un figlio, senza una casa.

Madri parassite.
Non sono tutte così, ovviamente. Ma è una parte della realtà che nessuno vuol vedere.

Bambini come arma di ricatto?
I figli sono un’arma di ricatto solo per chi sa di averli già in mano: in Italia è la madre.

Spietato col «sesso debole».
Ma quale sesso debole! I giudici devono cominciare a stabilire realmente chi è aggre-
dito e chi aggredisce.

Addirittura?
Devono essere fatte delle perizie psichiatriche serie. E poi si deve decidere senza pregiudizi.

Cioè?
Affidare i bambini anche ai padri.

Invece adesso?
Gli ex mariti servono solo per pagare.

Papà-bancomat?
Tutto questo deve cambiare. Ci metto la faccia e il cuore. Ma la situazione dev’essere modificata. Per
i figli. E per la famiglia.

«Mattina e Mezzogiorno in famiglia», ma solo in Tv.

Credo nella famiglia. E nel ruolo di padre. Per questo continuerò a battermi.

Contro le ex?
Contro una legge nobile interpretata con ipocrisia.

Tiberio Timperi, conduttore televisivo, giornalista e attore, è nato a Roma nel 1964. Inizia la sua carriera in radio ma presto approda alla TV. In Mediaset lavora al Tg4 e a Studio Aperto, per poi abbandonare lacarriera giornalistica e dedicarsi al mondo dello spettacolo. Nel 2008 ha scritto, assieme all'avvocatessa Maria PiaSabatini, il libro denuncia Amarsi sempre! Sposarsi? sul tema delle separazioni matrimoniali. Divorziato da Orsola Gazzaniga, con la quale ha avuto Daniele, dal 2006 Timperi si batte per i diritti dei papà separati.

"Tassa sul divorzio" per chi ha figli e si separa in Gran Bretagna

Written By Giorgio G on lunedì 10 gennaio 2011 | 00:32

Le Coppie sposate con figli potrebbero presto dover affrontare il pagamento di una ‘’tassa’’ in caso di divorzio. La misura, studiata per scoraggiare le separazioni e al tempo stesso per finanziare il sistema che in Gran Bretagna gestisce e supervisiona l’affidamento e il mantenimento dei figli, verrà annunciata a giorni da Maria Miller, sottosegretario conservatore al ministero del Lavoro e delle Pensioni.

"L’obbiettivo - ha detto al Sunday Telegraph un fonte governativa - e’ quello di convincere i genitori che il divorzio debba essere l’ultima soluzione possibile. Tutto il sistema deve essere poi rivisto in favore del concetto di famiglia".

Secondo quanto rivelato dal domenicale vicino ai Tory, Miller dovrebbe chiedere una consultazione pubblica per trovare il modo migliore di tassare i ‘divorziandi’. Il balzello andra’ poi a favore della Child Maintenance and Enforcement Commission (Cmec), l’agenzia che supervisiona il lavoro della Child Support Agency.

La misura verrà annunciata a giorni dal sottogretario a lavoro e pensioni. I soldi andranno al sistema che gestisce l'affidamento dei minori. "L'obiettivo è convincerei genitori che il divorzio debba essere l'ultima soluzione possibile".
fonte: http://qn.quotidiano.net/esteri/2011/01/09/439709-gran_bretagna_arrivo_tassa_divorzio_figli_separa.shtml

Disagio infantile nelle separazioni: tra predisposizione genetica e fattori ambientali

Written By Giorgio G on martedì 9 marzo 2010 | 07:33

Torniamo ad occuparci di disturbi infantili legati alle separazioni riportando un'approfondimento del pediatra varesino Vittorio Vezzetti sulla relazione tra predisposizione genetica e disagio infantile. L'autore, già presidente dell'Ass. Adiantum e membro esecutivo dell'ass. Figli per Sempre Onlus, non è nuovo a studi di questo tipo e ha più volte affrontato il tema della Sindrome di Alienazione Genitoriale, della quale ci siamo più volte occupati (vedi).


Genetica e disturbi da Separazione

Del dott. Vittorio Vezzetti, direttore scientifico ADIANTUM
E’ risaputo e noto da tempo che vi sono bambini che reagiscono in modo assai diverso ad analoghe o medesime situazioni di stress legato, per esempio, alla separazione dei genitori.

La genetica individuale pare dunque svolgere un ruolo significativo nel determinare le manifestazioni di disagio infantile e giovanile. Anche nella mia esperienza ho potuto vedere come fratellini di età analoga e sesso uguale potessero reagire in modo assai differente alla separazione dei loro genitori. Esiste una base medico-scientifica a queste osservazioni?

Quanto effettivamente conta l’ambiente e quanto invece la predisposizione individuale? Studi recenti, in continua fase di evoluzione, confermano l’importanza della predisposizione genetica nel modulare l’effetto della esposizione ambientale sulla psiche dei nostri figli. Resta ancora talora da capire attraverso quali meccanismi agisca la predisposizione genetica, anche se in alcuni casi questi meccanismi biologici sono stati ottimamente documentati. Ad esempio uno studio pubblicato nel 2003 da Caspi et al. (1) su oltre 1000 bambini, seguiti poi per oltre 20 anni, che erano stati esposti a situazioni di disagio intrafamiliare –tra cui quello separativo-,
ha dimostrato che un particolare assetto genetico legato al metabolismo della serotonina aveva un effetto assai negativo nello sviluppo di una tolleranza del disagio medesimo: in sostanza la carenza –su base genetica- del trasportatore (carrier) del neurotrasmettitore serotonina rendeva i soggetti molto più inclini a sviluppare situazioni di disagio psichico non solo in età giovanile ma anche in età adulta.

Ma, attenzione, un certo profilo genetico legato al metabolismo della dopamina, implicata nel controllo degli impulsi, aveva –sempre nello studio longitudinale di 20 anni di Caspi- un effetto sostanzialmente contrario e quindi protettivo circa la comparsa di antisocialità in bambini maltrattati.

Uno studio su gemelli effettuato dall’Università Vita Salute San Raffaele di Milano (2) ha invece dimostrato che il distacco anche di uno solo dei due genitori aumenta, in bambini geneticamente vulnerabili, il rischio di sviluppare attacchi di panico (DAP) da adulti.). Il concetto di distacco includeva la separazione da uno dei genitori sia per trasferimento, sia per lavoro, sia per decesso che per separazione coniugale con scarse possibilità di frequentazione di un genitore.

Ha spiegato Marco Battaglia, docente di psicopatologia dello sviluppo al San Raffaele: “le implicazioni di questa ricerca sono molteplici sia dal punto di vista della diagnosi precoce sia della prevenzione. Una di queste è che i bambini che manifestano una particolare riluttanza a separarsi dai genitori meritano particolare attenzione: incoraggiarli a fare delle piccole e progressive esperienze di allontanamento può giocare un ruolo preventivo e terapeutico. Sebbene lo studio dimostri l’importanza dei geni per spiegare le relazioni tra ansia da separazione in età di sviluppo e panico in età adulta, modificare l’ambiente e il patrimonio esperienziale dei bambini – anche attraverso programmi psicoterapeutici dedicati – potrebbe non solo curare questi bambini ma anche provocare importanti variazioni nella stessa espressione genetica, cioè nelle modalità con le quali l’informazione nel DNA viene ‘letta e tradotta’ in proteine, ed in ultima analisi, nei comportamenti. Il metodo gemellare permette di integrare strategie di ricerca proprie della tradizione medica e di quella sociale alle cause delle difficoltà emotive e mentali in diverse fasi della vita. I risultati della ricerca suggeriscono che vi siano due strade separate ed alternative che portano il rischio di sviluppare il disturbo di panico nella prima età adulta: nel primo caso prevalgono gli stessi eventi o fattori ambientali a farne soggetti a rischio in età adulta; nel secondo invece è la predisposizione genetica ad influire maggiormente su una futura malattia�?,.

Lo studio, realizzato in collaborazione con con il Norwegian Institute of Public Health, il Queensland Institute of Medical Research di Brisbane e il Virginia Institute of Psychiatry and Behavioural Genetics di Richmond ha analizzato il fenomeno in più di 700 gemelli del Registro Nazionale Norvegese "perché -prosegue Battaglia - questa strategia permette di separare in modo chiaro il contributo genetico dal contributo ambientale nel rischio di ammalarsi nelle comuni condizioni di patologia: non solo le difficoltà psichiche, dunque, ma anche molte delle comuni malattie fisiche, come quelle cardiovascolari o metaboliche".

Attraverso interviste approfondite su eventi di separazione precoci, sulla presenza di sintomi ansiosi nell’arco della vita, gli studiosi hanno cercato di ricostruire la storia di ciascun gemello per conoscere se vi erano nella loro vita eventi o traumi da separazione come ad esempio divorzio dei genitori o morte di uno dei genitori.
In un secondo tempo ciascun gemello è stato sottoposto ad un test di respirazione utile per capire se una persona è a rischio di attacchi di panico. Viene fatta respirare una miscela d’aria arricchita di anidride carbonica al soggetto: se la persona iperventila, cioè respira così velocemente da farlo in maniera inefficace e reagisce con un picco di ansietà, significa che è a rischio di attacchi di panico.  In questo modo i ricercatori hanno potuto osservare che le persone con attacchi di panico erano significativamente più numerose tra i gemelli che da piccoli avevano subito dei traumi da separazione. Non solo: i ricercatori hanno anche dimostrato che un lutto o il divorzio dei genitori - ma anche semplicemente l’emigrazione all’estero del padre alla ricerca di un nuovo lavoro - possono modificare la respirazione probabilmente cambiando la fisiologia dall’età infantile in modo relativamente stabile. La mia opinione personale è che, a differenza di quanto comunemente avviene, di queste ricerche dovrebbero tener conto i magistrati quando stabiliscono gli orari di frequentazione dei due genitori dopo la separazione coniugale, ancora oggi spesso ridotti a poche ore teoriche col genitore non col locatario.

Questi ed altri studi (ad esempio uno di Stein –3- che dimostra l’influenza dei fattori genetici sull’insorgenza di disturbi post traumatici a seguito di visione di episodi di violenza interpersonale) paiono dimostrare l’esistenza di fattori predisponenti difficilmente eludibili che innescherebbero l’antico dibattito tra determinismo (“mi comporto in un certo modo perché è scritto nel mio DNA�?) e libero arbitrio (homo faber fortunae sui).

1-A. Caspi, J. Mc Clay et al.: Role of genotype in the cycle of violence in maltreated children. Science. 297,851-4.
2-Marco Battaglia, Paola Pesenti-Gritti, Sarah E. Medland, Anna Ogliari, Kristian Tambs, Chiara Spatola, A genetically informed study on the association between childhood separation anxiety, sensitivity to CO2, panic disorder and the effect of childhood parental loss, Arch. Gen. Psychiatry., Gen. 2009
3-Stein M.B., Jang K.L. et al.ii: (2002) , Genetic and enviromental influences on trauma exposure and post traumatic stress disorder symptoms: a twi study. Am.J.Psychiatry,159,1675-81.

Al via un'indagine online sulla Violenza Domestica subita dall'uomo

Written By Giorgio G on giovedì 21 gennaio 2010 | 03:44

Torniamo ad occuparci di violenza domestica, e più precisamente di quella subita dall'uomo,
in occasione della recentissima uscita di un'indagine online ad opera dell'Istituto Studi Giuridici Superiori e del Centro Documentazione Violenza Donne.

Secondo i promotori di questa indagine "La violenza domestica verso gli uomini costituisce un fenomeno sociale in costante espansione, complesso da analizzare in quanto la tendenza degli autori a contenere gli episodi entro le mura domestiche incontra frequentemente la connivenza più o meno passiva delle stesse vittime. Siamo pertanto in presenza di un fenomeno sommerso, del quale non è facile tracciare i contorni.
Una conoscenza approfondita del fenomeno nel suo insieme, tuttavia, è essenziale per lo sviluppo delle politiche e dei servizi necessari, a partire dalle campagne di sensibilizzazione per arrivare alle contromisure legislative finalizzate a prevenire e/o contenere la violenza."


Il comunicato stampa del Centro Documentazione continua poi: "Va rilevato come inchieste, sondaggi e ricerche che analizzano la violenza di cui è vittima la figura femminile vengono proposte con continuità a livello istituzionale e mediatico, da diversi decenni.
Di contro, non esistono in Italia studi ufficiali a ruoli invertiti: vale a dire approfondimenti sulla violenza agita da soggetti di genere femminile ai danni dei propri mariti o ex mariti, partner ed ex partner, parenti ed affini di vario grado.
E’ proprio questa lacuna – inammissibile sul piano scientifico – che il Centro Studi Giuridici Superiori (CSGS) ed il Centro Documentazione Violenza Donne si propongono di colmare con questa indagine on-line, dopo che un invito al Ministero delle Pari Opportunità  di voler predisporre un’indagine analoga e speculare a quella del 2006, non ha avuto risposta. Il questionario anonimo ricalca fedelmente quello dell'indagine ISTAT 2006 sulla violenza contro le donne, salvo lievi adattamenti resisi necessari per alcuni aspetti specifici dei sessi coinvolti, nei loro rispettivi ruoli (invertiti rispetto all’indagine del 2006)."

Vi rimandiamo al sito dell'indagine per maggiori dettagli e per le note metodologiche:

La Sindrome di Alienazione Genitoriale. Articolo medico-scientifico

Written By Giorgio G on martedì 1 dicembre 2009 | 14:55

La Sindrome di alienazione genitoriale stenta a essere riconosciuta nei tribunali italiani. Ci occuperemo nelle prossime settimane dei primi timidi casi accertati di effettivo riconoscimento di questa patologia nelle sentenze di separazione mentre vogliamo ora a segnalare come la comunità medico-scientifica abbia di recente ufficialmente riconosciuto la PAS: pubblichiamo nello specifico un articolo della rivista scientifica "Pediatria Preventiva e Sociale", organo della Sociatà Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale SIPPS apparso sul numero 3-4 2009 a firma di Vittorio Vezzetti, già presidente dell'associazione ADIANTUM, noto pediatra lombardo.

La sindrome di alienazione genitoriale -  PAS: una nuova malattia chiede di affacciarsi nei tribunali?

La PAS è una sindrome cioè una associazione di segni e sintomi, di cui si è avuta da sempre l’impalpabile percezione –specie, ma non solonelle cause di affidamento– ma che è stata identificata compiutamente e concretamente solo nel 1985 da Richard Gardner (1), grandissimo e compianto neuropsichiatra infantile e psicanalista statunitense.
In Italia è stata introdotta dal prof. Gulotta (2), ordinario di psicologia forense dell’Università di Torino; poco importa che, attualmente, essa non sia ancora inserita nel DSM IV: nella maggior parte dei paesi europei essa è accettata e considerata una situazione gravemente pregiudizievole al pari dello stalking.
In Florida è considerata una malattia indipendentemente dal fatto che essa non sia inclusa nel DSM IV. Talora essa può far parte della sindrome di Turkat, o Mother malicious syndrome: una specie di stalking, di atteggiamento persecutorio in cui la volontà di nuocere all’ex partner include tra le sue modalità anche la manipolazione dei figli con gravi ripercussioni (3). La caratteristica principale di questa importantissima sindrome, la PAS, che ci consente di spiegare fenomeni altrimenti non comprensibili, è la campagna di indottrinamento da parte di un genitore – per Gardner la madre in circa il 90% dei casi – associata al contributo personale e attivo da parte del figlio. Il tutto in assenza di motivi obiettivi che spieghino questa animosità da parte del bimbo. Gardner per questa osservazione scientifica fu anche accusato di essere sessista ma, ribatteva lo studioso, dire che sono più comunemente le madri ad alienare i figli, equivale a dire che ad aver comportamenti pedofili sono più facilmente gli uomini o che il tumore al seno è malattia più frequentemente femminile: si tratta di semplici osservazioni scientifiche prive di intenti discriminatori.

I soggetti più facilmente condizionabili e plasmabili sono i figli unici o comunque privi di altre figure importanti, con scarsa autonomia e autostima; il bimbo è poco condizionabile fino ai 2 anni, poi la sua plasmabilità aumenta fino ai 7-8 anni per rimanere stazionaria fino ai 15.
Tra gli aspetti più importanti che caratterizzano la sindrome ricordiamo:
1. Campagna denigratoria -che inizia spesso con l’impedimento delle visite e la colpevolizzazione del genitore
2. Sostegno al genitore alienante da parte del bimbo nelle situazioni di conflitto
3. Allargamento della denigrazione e della ostilità verso la famiglia del genitore bersaglio (nonni, zii ecc.)
4. Assenza di senso di colpa anche in riferimento alla strumentalizzazione in campo legale

Gardner ha evidenziato che tale situazione sfocia spesso nella psicopatologia: i bimbi alienati, che si trovano a vivere in situazioni di forte tensione intergenitoriale, soffrono più spesso dei coetanei, in tenera età, di regressione, ansia, paura immotivata del genitore bersaglio e, se più grandi, scarso rendimento scolastico fino all’abbandono degli studi, di sindromi ansioso-depressive, di anoressiabulimia, bullismo, insonnia, enuresi, disturbi psicosomatici. Talora manifestazioni di tipo psichiatrico: schizofrenia, psicosi paranoide, suicidio, tossicodipendenza, alcolismo. La prevenzione consiste soprattutto nello sviluppare relazioni forti e sane con la prole ma per questo è richiesto anche un adeguato tempo di coabitazione.
Ancora oggi, nonostante evidenze scientifiche inoppugnabili circa i vantaggi di una concreta bigenitorialità (4), in Italia il tempo teorico che il genitore non collocatario prevalente trascorre con la prole per decisione del magistrato non supera la media del 17% (con valori medi decisamente inferiori per i bambini sotto i 12 anni, fino a casi limite sotto l’1%.

La scelta del genitore collocatario prevalente, che tra l’altro spesso non avviene in altri Paesi più progrediti, pare ancora risentire di stereotipi culturali che, se da un lato paiono sancire impari opportunità in ambito affidativo per gli uomini, dall’altro consolidano più insidiose e speculari impari opportunità nei settori della vita sociale per il genere femminile: la donna separata fatica a progredire nella vita sociale, lavorativa e culturale anche perchè la magistratura non interviene quasi mai nei confronti dei padri assenti e conforta quindi la figura di mera fattrice e angelo del focolare dell’immaginario popolare.
Ritornando dalla pratica alla teoria: ovviamente non tutti i casi di PAS sono eguali; infatti Gardner distingueva, grazie a una griglia da lui ideata, 3 livelli: lieve, medio, grave.
Tabella 1 - Diagnosi differenziale dei tre tipi di Sindrome di Alienazione Genitoriale



Ma, una volta diagnosticata la PAS, qual è l’approccio terapeutico? Cosa si può fare?
Sanzioni severe ed immediate erano la risposta di Gardner: multe, notti in guardina per il genitore non ottemperante agli obblighi di visita dell’altro genitore e quindi, non ottenendo risultati, inversione rapida della domiciliazione del bimbo. Un celebre studio di follow up di Gardner, che solo lui poteva effettuare grazie al prestigio che si era conquistato presso i tribunali americani, su 99 bambini
alienati dimostrò che nel gruppo di 22 bambini in cui vennero presi drastici provvedimenti (inversione dell’affido o limitazione della frequentazione del genitore alienante) vi fu la attenuazione-fin quasi alla scomparsa- dei disturbi psicologici nel 100% dei casi. Invece peggioramenti si registrarono nel 90% dei casi nel gruppo di 77 bambini in cui non si attuò nessuna misura.
A tal fine Gardner teorizzò e attuò uno schema in 6 tappe -detto transitional site program- per il rapido trasferimento della custodia dei bambini gravemente alienati: questo dimostra che l’immobilismo delle aule giudiziarie molto spesso non coincide col supremo interesse della prole (cambiar la domiciliazione del minore si può e si deve: sistemi bloccati su pregiudizi ideologici non fanno sempre l’interesse dei bambini).
Già, ma chi, fra gli addetti ai lavori, ha letto questi studi e ne ha tratte le debite conclusioni?
Apparentemente non molti se è vero che l’impostazione terapeutica prevalente in Italia è ancor oggi un improbabile percorso di ricostruzione della genitorialità consistente –in assoluto contrasto con l’esperienza di Gardner– in colloqui in ambiente neutro di frequenza mensile, quindicinale o settimanale.
L’auspicio è dunque che, così come per la conoscenza di altre condizioni pregiudizievoli, anche per la sindrome di alienazione genitoriale si verifichi una diffusione analitica dapprima nel mondo scientifico e, subito dopo, anche in quello forense (di PAS parlano 3 progetti di legge depositati alla Camera dei deputati, tra cui il pdl 2209 cui ho personalmente collaborato). Solo così, infatti, si potrà arrivare alla corretta gestione di situazioni di delicatezza estrema, lasciate attualmente troppo spesso alla improvvisazione e alla ipotetica buona volontà degli operatori.

Tabella 2 - Trattamento differenziale dei tre tipi di Sindrome di Alienazione Genitoriale




I danni da deprivazione genitoriale
Abbiamo visto precedentemente come uno dei fattori determinanti per la prevenzione della pericolosa sindrome di alienazione genitoriale, descritta da Richard Gardner, sia rappresentato dal tempo di coabitazione del genitore bersaglio con la prole.
Sembrerebbe dunque che questo aspetto, oggetto di trattative spesso convulse in fase di separazione coniugale di coppie con figli, rivesta un ruolo importante per la salute mentale dei nostri figli. Ma esiste realmente una prova scientifica del benessere apportato ai figli dal fatto di poter avere rapporti continuativi con ambedue i genitori? Al di là di frasi fatte e scontate “è bello avere due genitori�?, esiste una sicura evidenza scientifica dei benefici che ciò apporta ai figli? È dimostrato il danno della monogenitorialità, la nocività della prassi del 17% del tempo di coabitazione? Una mano a dirimere la vexata quaestio ce la dà un articolo fondamentale (4) pubblicato su una delle più importanti riviste pediatriche mondiali - Acta pediatrica - svolto da pediatri ed epidemiologi svedesi e australiani e finalizzato a verificare se il coinvolgimento paterno - concettualizzato come tempo di coabitazione, impegno e responsabilità - abbia influenze positive sullo sviluppo della prole.
Gli studiosi hanno analizzato retrospettivamente 24 studi svolti in 4 continenti diversi e con durate dai 10 ai 15 anni. La conclusione è che, dopo aver depurato i dati da variabili socioeconomiche, in 22 studi su 24 si è avuta l’evidenza, con p<0.005, degli effetti benefici derivanti dal coinvolgimento di ambedue le figure genitoriali. In particolare si è visto che il coinvolgimento del padre migliora lo sviluppo cognitivo, riduce i problemi psicologici nelle giovani donne, diminuisce lo svantaggio economico e la delinquenza giovanile, riduce lo svantaggio economico nei ragazzi.
La conclusione degli studiosi, provenienti da Paesi dove, dopo la separazione coniugale, al genitore non collocatario viene riconosciuto un diritto di visita pari al 25-30% del totale - e non il 17% -, è un appello alle autorità competenti affinchè ampliino i diritti di visita del non collocatario. Pur con la grossa difficoltà derivante dal fatto di riuscire a reperire campioni statisticamente significativi di figli coabitanti solo col padre, caso raro per via delle prassi dei tribunali, -pare che il danno della monogenitorialità colpisca in modo analogo i figli privati della madre (a sottolineare una sostanziale intercambiabilità dei ruoli).
Negli Usa molti studi hanno evidenziato i danni provenienti dall’assenza del padre -o per scelta del genitore o per volontà ostativa della genitrice- e tra questi sottolineerei American Journal of Public Health “I ragazzi con padre assente sono a più alto rischio per comportamenti violenti�? e Survey on child health, 1993 U.S. Department of health and human services “Bambini che vivono senza un contatto con il loro padre biologico hanno il doppio delle probabilità di lasciare la scuola�?: da questo deriva la necessità scientifica di sanzionare efficacemente sia il genitore che rinuncia al diritto-dovere di visita dei figli (anche se esistono evidenze che la assenza sia meno nociva della alienazione, della sottrazione o del conflitto), sia il genitore che ostacola i contatti della prole con l’altro genitore (5, 6).

Ma questo è un po’ difficile da pensare in Italia dove, in fondo, la deprivazione genitoriale è quasi istituzionalizzata: solo nel 1996, per esempio, al tribunale di Varese era comune che il padre uscisse dalla prima udienza di separazione con un tempo globale di visita della prole pari allo 0.16% del totale: tre ore al sabato pomeriggio! Ancora un mese prima dell’entrata in vigore della legge sull’affido condiviso, sempre al tribunale di Varese, a due bambini di 3 e 5 anni era stato riconosciuto il diritto di vedere il loro papà, che viveva coi nonni paterni al piano di sopra della villetta bifamiliare, ben... 7 ore al sabato: dalle 14 alle 21; nessuna limitazione era stata posta al diritto di poter sentire i passi del papà sul soffitto durante la settimana! Quando, dopo 2 anni di su e giù per le scale, il padre si riconciliò con la madre e tornò a vivere al piano di sotto, il giudice non fece nessuna obiezione al ripristino dei tempi di coabitazione con la prole, a dimostrazione della grande confusione che ancor oggi si fa tra genitorialità e coniugalità: solo il coniuge può essere un buon genitore! Ovviamente nessuna sanzione viene abitualmente comminata al genitore assente: oggi è molto più facile in Italia voler essere genitore assenteista piuttosto che richiedere un maggior coinvolgimento col rischio di esser definiti “conflittuali�?. Secondo l’osservatorio nazionale Adiantum (www.adiantum.it) il diritto- dovere di visita si colloca attualmente tra il 15 e il 17% del totale del tempo, molto meno per bambini sotto i 6 anni (posso citare casi sotto l’1% del tempo totale). E se un genitore non collocatario, in causa giudiziale di separazione, vuole essere più presente, ottiene migliori risultati comprando direttamente le ore dall’altro genitore che intentando una causa legale (il cosiddetto fenomeno della mercificazione dei bambini).
Come in tutte le cose anche nei danni da separazione conta il profilo genetico: Battaglia et al., dimostrano con uno studio su 700 gemelli identici norvegesi che i bambini geneticamente predisposti sottoposti a traumi da divisione dai genitori -lutti o separazioni coniugali “difficili�?- in tenera età hanno elevate probabilità di soffrire da adulti di crisi di panico per una azione modificatrice sui centri bulbari della respirazione (7). La vulcanica e scientificamente prolifica prof.ssa Spence della Brisbane University ha dimostrato che i danni da deprivazione genitoriale sono quantitativamente equivalenti sia che a latitare sia il padre sia che sia la madre e che, comunque, sono mediamente meno gravi dei danni da conflitto e da alienazione e che i tassi di dissocialità minorile sono maggiori nei figli di coppie formalmente unite ma conflittuali che in quelli di coppie separate (a dimostrazione che ciò che conta non è il divorzio legale ma quello emotivo) (8-10).
I danni, poi, a parità di altre condizioni, prevalgono tra i 3 e i 6 (fobia del genitore, regressione, ansia) e i 10 e i 15 anni (ribellione, bullismo, dipendenze, problemi di rendimento scolastico per un periodo di 2-3 anni, anche se il 10% dei ragazzi sublima la crisi, si iperresponsabilizza e diventa il primo della classe). Sulla base di molte considerazioni prima elaborate, diversi studiosi francesi hanno posto l’accento sul maggiore utilizzo che si dovrebbe fare del cosiddetto affido alternato: al di là di anacronistiche considerazioni stereotipate, tipo quella de “i piccoli nomadi�?, l’esperienza della Francia -paese ove il divorzio, come detto, esiste ininterrottamente dal 1792- è assolutamente positiva e fa ritenere che l’affido alternato consenta di eliminare i contenziosi su assegni di mantenimento, diritti di visita, alienazione genitoriale e coinvolgimento di ambedue i genitori.
Secondo Solint
(11) questa modalità d’affido consente di incrementare la fiducia nei genitori, mentre per Jacuin e Fabre (12) i risultati globali sono ottimi per prole e genitori, e questi dati sono stati confermati da importanti studi svolti successivamente nei paesi anglosassoni (13): la stabilità degli affetti e dei sentimenti è più importante della stabilità del domicilio, specie in situazioni a rischio. Su oltre 800 studenti, figli di separati, del primo anno della facoltà di psicologia della Ulniversità dell’Arizona il prof. Fabricius alla domanda “A posteriori, quali ritieni dovessero essere i tempi di coabitazione presso i tuoi genitori? ottenne come risposta di gran lunga prevalente “Tempi paritetici�?(14).

Bibliografia essenziale

1. Gardner RA. Recent trends in divorce and custody litigation. The Academy Forum, 29/2 pp. 3-7. New York: The American Academy of Psychoanalysis.
2. Buzzi I. La sindrome di alienazione genitoriale. In Separazione, divorzio e affidamento dei figli, a cura Cigoli V,Gulotta G, Santi G, Milano, Giuffré, 1997 3. Turkat I. The personality disorders: a psychological approach to clinical management. P, New York 1990.
4. Sarkadi A, Kristiansson R, Oberklaid F, Bremberg S. Fathers’ involvement and children’s developmental outcomes: a systematic review of longitudinal studies. Acta Pædiatrica 2008; 97 (2): 153-8.
5. Rutter M. Parental Psychiatric disorders. Effects on children. Psych Med 1984; 835: 14
6. Rembard J. Attrition among families of divorce: patterns in an outpatient. J American Acc Child Psychiatric 1982; 409: 21.
7. Battaglia M, Pesenti Gritti P, Medland S, et al. A genetically informed study on the association between childhood separation anxiety, sensitivity to CO2, panic disorder and the effect of childhood parental loss. Archives of general psychiatry, 06-01-2009.
8. Spence S, Najman JM, Bor W, et al. Maternal anxiety and depression, poverty and marital relationship factors during early childhood as predictors of anxiety and depressive symptoms in adolescence’, Journal of Child Psychology and Psychiatry and allied disciplines 2002; 43 (4): 457-70.
9. Spence S, Sheffield J, Donovan CL. Preventing adolescent depression: an evaluation of the problem solving for life program. Journal of consulting anc clinical psychology 2003; 71 (1): 3-13.
10. Ingles CJ, Mendez FX, Hidalgo MD, Spence S. The list of social situation problems: reliability and validity in an adolescent spanish-speaking sample. Journal of Psychopatology and behavioral asssessment 2003; 25 (1): 65-74.
11. Solint. L’enfant vulnérable, rètrospective. PUF-Paris, 1980.
12. Jacquin-Fabre. Les parents, le divorce et l’enfant. EST Paris di Guillaurme e Fugue, 1993.
13. M. K. Pruett MK, Ebling R, Insabella GM. Critical aspects of parenting plans for young children: Interjecting data into the debate about overnights. Family Court Review 2004; 42/1: 39-59.
14. Fabricius W, Hall J. Le percezioni dei giovani adulti sulle separazioni. Family And Conciliation Courts Review 2000; 38 (4): 446-61.

L’affido condiviso? «Tradito» dai giudici. Dal quotidiano Avvenire

Written By Giorgio G on lunedì 30 novembre 2009 | 01:52

Da Avvenire - L'affido condiviso? «Non è applicato nei Tribunali». La responsabilità congiunta dei genitori? «Macché: ogni anno agli oltre 90 mila bambini che subiscono una separazione da loro non chiesta viene insegnato brutalmente che c’è un genitore che vince e uno che perde». Una denuncia gravissima, quella contenuta nella lettera che pubblichiamo in questa pagina. E che i più recenti dati Istat in fondo confermano: l’affido condiviso tra genitori, introdotto
nel 2006 e che dovrebbe essere la regola in ogni procedimento di separazione,
viene sancito dai giudici nel 75 per cento dei casi. Media italiana: perché a leggere i dati più nel dettaglio, si scopre che a Lecce siamo al 35 per cento, a Messina al 40, a Catania al 60. «E meno male che ci sono tribunali come quelli di Firenze e Perugia, che con il loro 90 per cento di affidi condivisi tirano su la media», scherza Marino Maglietta, fondatore dell’associazione Crescere Insieme e tra i promotori della legge del 2006.

Ma non è solo una questione di percentuali. Già perché, proprio come rileva tra le righe la lettera di Fabio Barzagli, anche laddove c’è l’affido condiviso – che nello spirito della legge prevede una uguale responsabilità educativa tra genitori e di conseguenza la scomparsa del "genitore prevalente" – moltissimi giudici mettono per iscritto tutto: quando il papà deve andare a prendere a scuola i figli, gli orari e i giorni di visita, quanti sabati in un mese, quante sere alla settimana... «È proprio così: l’affido condiviso per molti giudici è solo un’etichetta, un passaggio formale.

Nella sostanza continua a esserci il genitore con cui il figlio vive e trascorre la maggior parte del tempo, e il genitore che ogni tanto sta con lui», si arrabbia Gian Ettore Gassani, a capo della battagliera Associazione degli avvocati matrimonialisti italiani (Ami). Spesso i giudici decidono l’affido condiviso ma ne tradiscono lo spirito anche stabilendo (quasi sempre per il padre) l’obbligo dell’assegno di mantenimento, quando invece la legge prevede che i genitori, entrambi affidatari, provvedano a «fornire personalmente al figlio i beni e i
servizi di cui ha bisogno». Un assegno et voilà, si nega al padre la possibilità di decidere volta per volta se al figlio serve una felpa o un giaccone, un libro o un telefonino.
«Una scelta che penalizza il figlio, al quale si toglie la gratificazione di ricevere attenzione ai suoi bisogni da parte di entrambi i genitori e di frequentarli entrambi nel quotidiano», aggiunge Marino Maglietta.
Giudici miopi? «Credo che i giudici agiscano così in perfetta buona fede – continua il presidente di Crescere Insieme –. È lo specchio della vecchia cultura per cui si pensa che in situazioni di contrasto tra i genitori sia meglio stabilire l’affido esclusivo a uno dei due. Ma è un errore: così si esaspera la conflittualità». E le famigerate madri che «non lasciano vedere i figli» ai padri – luogo comune che si sperava ormai in gran parte superata – ritornano sulla scena.

Non è un caso se la legge sull’affido condiviso, ad appena tre anni e mezzo dalla sua approvazione, già necessita di una revisione. Le proposte sono molte, tra cui quella già depositata in Senato, che prevede tra l’altro l’obbligo di passare attraverso un centro di mediazione familiare prima della separazione. «La mediazione permette di superare il conflitto e di arrivare a soluzioni condivise» per il bene dei figli, conferma Goffredo Grassani, presidente della Confederazione dei consultori di ispirazione cristiana. «La legge sull’affido condiviso va integrata – è d’accordo l’avvocato Gian Ettore Gassani dell’Ami –. Per far scendere il tasso di conflittualità tra i coniugi bisogna che nella fase di separazione sia inserito il passaggio della mediazione familiare. Ma occorre anche risolvere il problema dell’impreparazione dei magistrati. Solo in pochissimi tribunali esistono sezioni di magistrati specializzati in diritto di famiglia».
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Per chiarezza pubblichiamo anche la lettera al Direttore pubblicata de Avvenire alla quale fa menzione l'articolo:

«Non ci sono genitori vincenti o perdenti»
Caro direttore,
in questi anni ho visto ahimè tante storie di separazioni, ho visto papà di sessant’anni ritrovarsi a vivere in 9 mq; ho visto papà di trent’anni gonfiarsi di panico perché la moglie voleva separarsi e correndo dall’avvocato/a faceva sapere che «i figli sono delle madri» e che devi prepararti con gli assegni perché d’ora in poi saranno loro a far compagnia ai bambini al posto tuo. L’affido condiviso ha iniziato a cambiare le cose; la legge vuole rimettere sui binari giusti la famiglia separata, dove continuare a far valere l’articolo 29 della Costituzione («Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi») e l’articolo 30 («È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli»). Ma l’affido condiviso non è applicato nei tribunali. Ogni anno agli oltre 90.000 bambini che subiscono una separazione viene insegnato che c’è un genitore che vince e uno che perde, un genitore migliore e uno peggiore.
Il migliore avrà l’80% del tempo del figlio, la casa e un assegno per i prossimi 10-15 anni. Così nelle separazioni si finisce per occuparsi di questi interessi, mettendo in secondo piano la famiglia e i figli. Nei tribunali l’affido condiviso non si applica, si applica la «legge inventata» del genitoremigliore e di quello peggiore.
Fabio Barzagli

I diritti dei minori tra buone intenzioni e business, tra delusioni e proteste

Written By Giorgio G on lunedì 23 novembre 2009 | 03:39

Si è tenuta in questi giorni a Napoli una Conferenza organizzata dal Ministero del Lavoro per il ventennale della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, firmata a New York nel 1989. La Conferenza Nazionale sull'Infanzia voleva essere "l’occasione per trarre un bilancio dei risultati raggiunti negli ultimi anni nonché proporre nuovi obiettivi, non solo alle istituzioni, ma a tutto il mondo impegnato nella promozione dei diritti dell’infanzia e dovrà rappresentare  un momento istituzionale di ascolto, elaborazione e partecipazione su temi che interessano non soltanto gli “addetti ai lavori�?, ma anche bambini,  ragazzi e famiglie".  Nelle intenzioni degli organizzatori doveva essere "un momento importante di incontro tra saperi e poteri, conoscenze professionali e responsabilità politico-istituzionali, esperienze associative e rappresentanze sociali, aperto alla partecipazione di tutti".

In realtà la delusione per i risultati in questo particolare e delicato ambito sono state parecchie, per la Conferenza e per l'operato di questi vent'anni.
Il Pres. dell'Ass. FeNBi (Fed. Naz. per la Bigenitorialità) F. Nestola dichiara senza troppi giri di parole che "non è possibile parlare di famiglia e genitorialità senza prevedere un tavolo specifico sui minori contesi nelle separazioni, argomento assolutamente centrale, anche in termini di incidenza numerica, per molteplici criticità dalle quali nascono altrettante violazioni dei diritti dell'infanzia: centrale per il sostegno alla genitorialità in costanza di matrimonio ma anche per la cronica negazione della bigenitorialità col sopraggiungere della crisi di coppia, per le asimmetrie ideologiche e valutative, per la labilità del concetto stesso di “prevalente interesse del minore�? e l'uso strumentale che ne viene fatto, per l'interruzione giuridica del progetto genitoriale, per il fenomeno dei falsi abusi, per le sottrazioni internazionali, per le modalità di ascolto del minore, per le limitazioni della responsabilità genitoriale e gli incontri protetti, per l'inadeguatezza dei servizi territoriali, per le modalità operative del Tribunale per i Minorenni, per la possibilità di secretare gli atti e prendere provvedimenti inaudita altera parte, per la mancanza di un Tribunale unico della Famiglia, per la mancanza di un albo che abiliti gli psicologi dell'età evolutiva, per la carenza di criteri oggettivi nelle perizie, per il riconoscimento della PAS, per la carenza di formazione specifica degli operatori, e tanto altro ancora".

Prosegue poi nella sua lucida e dura critica: "La Conferenza Nazionale sui Diritti dell'infanzia si è trasformata nella Conferenza Nazionale sui problemi economici degli operatori che si occupano di infanzia.
Progetti approvati ma finanziati con anni di ritardo, start-up a cura delle ATS o delle singole associazioni, scuole senza strumenti e senza personale, progetti interrotti per mancanza di fondi, problemi fiscali del terzo settore, il ruolo degli istituti bancari, precarietà dei servizi, professionalità legate ai contratti a termine, differenza negli stanziamenti fra nord e sud d'Italia, etc.
Tutti problemi reali e degni della massima considerazione, ma poco pertinenti col ventennale della Convenzione ONU. Ancora una volta, la conferma di come i problemi dei minori siano sottoordinati rispetto ai problemi degli adulti, anche di quegli adulti che si occupano di infanzia.
Se il congresso avesse avuto per titolo “Problemi e bisogni degli operatori a sostegno dell'infanzia�? nulla da eccepire; visto che invece si doveva, in teoria, discutere dei diritti previsti dalla CRC, qualche perplessità rimane".
"Non so, forse ho sbagliato indirizzo" - prosegue Nestola - da qualche parte a Napoli si discuteva di infanzia, ma sono andato nel posto sbagliato.
L'impressione è che, in un consesso riunitosi da tutta Italia per discutere dei diritti dell'infanzia, se fosse arrivato il Ministro Tremonti a dichiarare che avrebbe triplicato gli stanziamenti, il Congresso si sarebbe sciolto dopo due ore con una moltitudine di operatori in festa a fare la ola.
Non vorrei essere indotto a pensare che - in fondo - sia poco importante discutere dei dettagli del problema, mentre diventi assolutamente prevalente discutere dei fondi stanziati per potersi occupare del problema".

Questa ricorrenza è stata anche l'occasione per diverse associazioni sparse su tutto il territorio nazionale che si occupano dei diritti dei bambini dopo la separazione dei genitori per manifestare la propria protesta davanti ai Tribunali di diverse città italiane (protesta che abbiamo appoggiato anche noi). La contemporaneità delle manifestazioni e la scelta della data non sono state certo casuali. Diffuso è il disagio che sono costretti a vivere i figli quando i genitori si separano e gli organizzatori della protesta hanno denunciato "senza retorica i soprusi, le aberrazioni e le violenze che il Divorzificio e l'enorme business della "tutela dell'Infanzia" auto-produce, per accaparrarsi i finanziamenti stanziati dalle istituzioni preposte all'Infanzia.

30.000 minori ospitati in case di accoglienza, per lo più sottratti ai loro genitori senza un'attenta verifica delle loro capacità, con un esercito di operatori sociali (in maggioranza in sub-appalto attraverso protocolli bilaterali) privi d’idonea qualifica professionale e di adeguata esperienza.

Migliaia di padri in incontri protetti, madri in ostaggio di cooperative e centri di accoglienza, bambini utilizzati solo come fonte di reddito, con il preciso obiettivo di ospitarli il più a lungo possibile: questo il meccanismo infernale che fa  girare il business della tutela dei minori."

Pesanti critiche sono state rivolte anche nei confronti della non  corretta applicazione della legge 54/2006 sull'Affido Condiviso dei figli e "sulle vergognose resistenze culturali dei giudici nell’affidare comunque alla madre la collocazione, la casa coniugale e l’assegno di mantenimento, con frequentazioni “ad ore�?, in barba al sacrosanto principio della Bigenitorialità, sancito dalla legge stessa.
Quando lo Stato pretende di sostituirsi ai genitori e getta dalla finestra anche l’insostituibile figura e presenza de genitori e dei nonni - in teoria per il bene dei bambini, in pratica per un controllo sociale sul cittadino e sui suoi bisogni - cessa ogni garanzia del Diritto. Con un dispendio di risorse pubbliche quantificabili in milioni di euro, spesi dalle amministrazioni locali senza mai rendere pubblici i bilanci né le "associazioni" beneficiarie che gestiscono il business. />
(per maggiori informazioni sulla protesta:
http://www.gesef.org/20-novembre-giornata-mondiale-dellinfanzia-manifestazioni-di-protesta-in-tuttitalia-per-i-diritti-ne
http://www.genitorisottratti.it/2009/11/in-tante-citta-italianepresenti.html

Psicosi pedofilia e separazioni: tra false accuse, mostri presunti, business e danni sui bambini

Written By Giorgio G on lunedì 16 novembre 2009 | 03:57

Che quello separazioni sia un mondo fatto di ripicche e vendette tra adulti sulla pelle dei bambini è un fatto noto, come altrettanto noto è che diventa un luogo di anarchia giuridica e morale, tra leggi inapplicate, buchi legislativi, palestra di conflitti e di accuse inventate. Proprio sulla deriva di questo ultimo aspetto è di recente uscito un libro ad opera del criminologo Luca Steffenoni, del quale riportiamo alcuni stralci di recensioni e un video.
(sul fenomeno delle false accuse strumentali di violenza nelle separazioni abbiamo anche parlato in altro articolo)


L'autore: Luca Steffenoni, criminologo e scrittore, svolge la sua attività di studioso e consulente in collaborazione con enti ed istituzioni nazionali e comunitarie. Libero professionista, partecipa a ricerche della Comunità Europea nel campo della prevenzione, della vittimologia, dei flussi migratori e della recidiva dei padri incestuosi. Si è occupato tra l’altro di linguaggio e di comunicazione del messaggio preventivo per campagne di sensibilizzazione sociale nei paesi europei ed è consulente per autori che si cimentano nell’ambito letterario a sfondo criminologico.
E’ stato direttore del Centro di ricerca e counseling Psicologia e Benessere. E’ stato redattore della rivista Delitti & Misteri, insieme a molti dei più interessanti tra gli scrittori noir e giallisti italiani (tra gli altri Andrea G.Pinketts, Carlo Lucarelli e Massimo Carlotto) dove ha scritto di delitti classici e di numerosi temi di attualità criminale.
Il sito dell'autore: www.lucasteffenoni.com
Il
libro
: Presunto colpevole. La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia (ed. Chiarelettere)

Recensioni:

da Libero - Lucia Esposito
Può capitare a chiunque di svegliarsi e scoprire di essere diventato un mostro. Succede che un giorno, all’improvviso, tutto quello che avevi fino alla sera prima –la famiglia, gli amici, il lavoro– si trasforma in un grande buco nero che ti ingoia e ti cancella. Non esisti più. L’accusa di aver molestato un minore è più di una condanna penale. E una sentenza di morte. Il criminologo Luca Steffenoni ha scritto un libro (“Presunto colpevole�?, edito da Chiarelettere) che tutti – insegnanti, giudici, psicologi e genitori – dovrebbero leggere per cambiare prospettiva e vedere cosa c’ è dietro l’allarme pedofilia.

Un libro che squarcia il silenzio e parla dell’interesse economico mascherato dall’ amore per i più piccoli di molte associazioni. Enti. Istituti ed esperti. Ci sono bambini strappati alle famiglie che diventano adulti negli orfanotrofi, un sistema giudiziario che non funziona, insegnanti che finiscono in carcere vittime di psicosi collettive, uomini sbattuti in cella solo sulla base di perizie psicologiche.

E perfino di sogni. Com’è successo a don Giorgio Carli, condannato a sette anni e sette mesi dalla Corte d’appello di Bolzano dopo un processo basato sull’ attività onirica della donna che lo aveva denunciato. Incriminato perché uno psicoterapeuta aveva interpretato i sogni della vittima. Ci sono tante storie cominciate con un’accusa di molestie sessuale, continuate con una condanna e terminate con un’assoluzione troppo spesso tardiva. Vite annientate.

Basta poco per far scattare una denuncia. Salvatore Lucanto ha passato due anni e mezzo in carcere per aver violentato la figlia e la cugina. Poi è stato assolto. L’accusa, che si basava sui disegni fatti dalla figlia davanti alla psicologa, cadde quando divennero chiari i metodi utilizzati per ottenere le prove: «La signora mi ha detto che devo disegnare un fantasma e chiamarlo pisello», aveva dichiarato la bambina all’uscita dell’audizione protetta. Un altro imputato è riuscito a salvarsi da un’accusa rivelatasi falsa solo perché aveva avuto l’idea originale di farsi tatuare il pene con un’immagine che la presunta abusata non ha saputo descrivere.

La situazione peggiora quando, nel ’96, cambia la legge sulla violenza sessuale e viene introdotta una norma che disciplina gli atti (come le molestie e tutte quelle azioni in cui non c’è contatto genitale) che rischiavano di restare esclusi dal reato di violenza. ‘Ma è atto sessuale lasciare in mutande i bimbi che si sono bagnati durante una festa? Fare il bidet ai figli? Osservare le parti intime se necessitano di cure? Fare la doccia con il proprio bimbo? «Eppure», scrive Steffenoni, «tutti questi fatti sono entrati nei processi come sintomo di abuso e ritenuti spesso sufficienti a giustificare condanne o l’allontanamento dei piccoli dai propri genitori». Nei processi si parte dal presupposto che i bambini raccontano sempre la verità, ma spesso le loro testimonianze sono confuse e condizionate dalle domande degli psicologi che stanno sempre più assumendo il ruolo di poliziotti. Il criminologo parte da un dato: ogni anno arrivano 5 mila denunce da parte di scuole, centri d’ascolto, servizi sociali e Asl. I casi concreti sono 845. Significa che una buona fetta delle segnalazioni si rivelano se non false, almeno fantasiose. Sovente frutto di psicosi o di vendette contro l’ex coniuge. Chi viene accusato ha poche possibilità di difesa e il processo ha quasi sempre un esito scontato. È l’accusato che deve dimostrare la propria innocenza, non l’accusa che deve portare elementi certi. Meglio essere arrestati per omicidio: l’indulto si applica a chi uccide un bimbo ma non a chi è accusato di averlo palpeggiato.

Sullo sfondo di “Presunto colpevole�?, tutte le storie di bimbi sottratti, di papà ingiustamente condannati, c’è l’inquietante cornice entro cui si muovono i procedimenti giudiziari per abusi sessuali: il cosiddetto “sistema antiabusi�?, un mondo autoreferenziale, fatto di consulenti, psicologi, esperti. Spesso improvvisati, centri di assistenza ai quali compete la prima e anche l’ultima parola nei procedimenti giudiziari. Ci sono tra i 26mila e i 28mila bambini che vivono negli istituti fino alla maggiore età. Strappati alle famiglie per mille cause: perfino l’indigenza di genitori affettuosi e premurosi diventa un buon motivo per portare via i piccoli. Stato, Regioni, Province e Comuni danno finanziamenti per circa 200 euro al giorno per ogni bimbo. Per un totale di 1898 milioni di euro all’anno. Ogni bimbo in istituto costa 75mila euro all’anno. Siamo sicuri che questi istituti facciano solo sempre l’interesse dei piccolini?

Da Il secolo d'Italia - di Massimiliano Griner
Fino agli anni novanta, racconta Steffenoni, la pedofilia veniva combattuta con i vecchi, cari metodi tradizionali: intercettazioni telefoniche e ambientali, sequestro di pubblicazioni oscene, pedinamenti di sospetti. Metodi lenti, costosi, ma molto efficaci. Inchiodati da prove irrefutabili – come l’imprenditore triestino Moncini, beccato dal FBI all’aeroporto di Manhattan dopo un intenso scambio di telefonate con un agente infiltrato – i pedofili finivano dritti in galera dopo un semplice, regolare processo. Erano soggetti pericolosi, ma nessuno li considerava come accade oggi diabolicamente astuti, imprendibili e dotati di coperture che li ponevano al di là della legge e di ogni prevenzione.
Poi, la svolta. Aiutata anche da un crollo della natalità, che rende i bambini rari, e quindi talmente preziosi da essere soffocati di attenzioni dai genitori. Nel 1996 il codice penale vede giustamente aumentare i suoi articoli, perché dopo decenni, si riesce a far passare il concetto che la violenza carnale non è un banale delitto contro la morale, ma un reato contro la persona, e che compiere atti sessuali con minori di quattordici anni è sempre un reato. Peccato che poi la legge, nella sua stringata ambiguità, non precisi cosa si intenda con “atti sessuali�?. L’ambiguità ha lasciato che nella prassi giuridica entrasse in gioco il concetto di “abuso�?, semanticamente ancora più vasto e di definizione ancora più equivoca e incerta. Quando poi dagli abusi l’attenzione si è spostata ai loro sintomi, ancora più fumosi, la frittata era fatta. La lotta alla pedofilia era diventata campo d’azione degli psicologi, i soli abilitati nel delicato compito di scrutare nella psiche delle piccole vittime, alla ricerca del “rimosso�?. Neanche a farlo apposta, quello scorcio di anni ’90 è anche il periodo in cui la corporazione degli psicologi riesce ad allargare legalmente le proprie fila, riconoscendo come professionisti della psiche anche individui privi di requisiti professionali adeguati. E questo trascurando che la psicologia non è una scienza esatta, né vuole esserlo.
È comunque in questa classe di candidati alla disoccupazione intellettuale che si andrà ad attingere per formare esperti nell’arte di decifrare le labili tracce lasciate dagli abusi. Compito delicato, tale da richiedere un esperto competente, in modo che il minore non patisca ulteriori sofferenze. Peccato che spesso si traduca nel forzare i bambini a dichiarare ciò che ci si aspetta da loro, spesso in cambio della promessa di rivedere il genitore da cui sono stati divisi.
Intanto in campo appariva una nuova figura di pedofilo: scaltro, diabolico, sinuoso, capace di nascondersi nella società senza lasciare tracce delle sue losche azioni, neanche fosse Fantomas. Così, mentre l’isteria cresceva, la sommatoria di ambiguità e sciatteria generava procedure che avrebbero impressionato Kafka. «Tanto la fase inquirente quanto quella del giudizio – scrive Steffanoni – si sono trasformate nel regno dell’aleatorio se non del surreale, dove tutto e il suo contrario può essere affermato.» Caduto il discrimine secondo cui solo ciò che è falsificabile ha valore scientifico, ogni cosa e il suo contrario può costituire un capo d’accusa. «Il bambino accusa l’adulto? Dunque è stato abusato. Non lo accusa? Ha paura, vuole difenderlo, vuole rimuovere l’abuso. Non ricorda gli eventi e si contraddice? Normale, dimenticanze da shock per il trauma subito. Ricorda meticolosamente ogni particolare, tanto da sospettare che sia stato “preparato�? un po’ troppo? I fatti d’abuso si fissano nel profondo della psiche e riemergono con precisione se sollecitati.» Se il caso più recente è quello dell’asilo di Rignano Flaminio, quello più eclatante ha avuto inizio qualche anno fa a Bolzano. Protagonista, il sacerdote quarantenne don Giorgio Carli, amatissimo dalla sua comunità, portato in tribunale da una ex parrocchiana ventottenne. L’accusa fa riferimento ad episodi che avrebbero avuto inizio quando la ragazza aveva nove anni, e si sarebbero protratti fino ai quindici. Tra altre pratiche innominabili, il sacerdote avrebbe costretto un altro ragazzino ad avere rapporti con lei, mentre filmava le scene indossando un paio di guanti neri. Il ragazzino, ormai diventato adulto, ha negato, ma inutilmente. In appello il sacerdote è stato condannato a
oltre sette anni di carcere.
Questa volta l’ipnosi – o più precisamente, la “distensione immaginativa�?, come la chiamano i cosiddetti esperti –, non ha riportato alla luce episodi rimossi. Ad essere resuscitato dagli abissi della coscienza è stato un suo sogno. Nel sogno la ragazza si vedeva violentata da marocchini in un bar sulla cui insegna c’era scritto “San Giorgio�?. Lo stesso nome del parroco che ha deciso di denunciare. «Quel sogno – ha scritto Ferdinando Camon, che si è interessato al caso con la sua consueta attenzione – è sembrato determinante. Ma se fosse determinante, sarebbe il primo caso in cui un colpevole risulterebbe incastrato da un sogno, o peggio, da una fantasia. È qui la rivoluzione: nell’attribuire al mondo dei sogni la funzione di garanzia sul mondo reale, tanto forte da reggere una condanna pesante.»
Intanto le vittime di procedimenti imbastiti sul niente si moltiplicano, e quel che è peggio, sempre più famiglie vengono spezzate. Non di rado si arriva all’assurdo giuridico che il padre prosciolto da ogni accusa si veda negata la restituzione dei figli. Che di queste tragedie inutili sono quelli che pagano, con laceranti separazioni, il prezzo più alto.

da La Stampa - di Raggaella Silipo
«Questo libro nasce da un’esigenza morale» dice il criminologo Luca Steffenoni, autore di Presunto Colpevole. La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia (appena uscito per Chiarelettere, pp.272, euro14). «In tanti anni di lavoro per i tribunali ho visto troppe accuse ingiuste di pedofilia, con soluzioni tardive e danni psicologici ed economici enormi: un abisso di errori e orrori giudiziari che mi hanno obbligato a far sentire la mia voce».
Il libro prova a raccontare quello che non vediamo. Una macchina burocratica che vale milioni di euro («ogni bambino sottratto alla famiglia paga lo stipendio a dieci tra psicologi e tecnici» dice Steffenoni). Un affare per associazioni, centri d’assistenza, consulenti, psicologi. E tante storie di affetti distrutti, di violenza psicologica (genitori divisi, bambini affidati, interrogatori infiniti).
«La macchina della giustizia è sfuggita di mano a tutti-dice Steffenoni- I magistrati che si occupano di minori sono pochi, un mondo chiuso sorretto da un associazionismo a cui deve riscontro. Dall’altra parte c’è un clima emotivo e fanatico contro i pedofili. Ma il paradosso è che il vero pedofilo spesso sfugge alla giustizia o patteggia pene irrisorie». Se davvero l’interesse ultimo di tutti gli attori in causa è difendere i bambini, i fatti raccontati da Steffenoni documentano il contrario. «Bisogna bloccare la macchina. Basta errori, questo problema ci riguarda tutti».

Da ANSA
L'ultimo caso clamoroso è stato quello dell'imprenditore di Guidonia arrestato in Brasile con l'accusa di essere un pedofilo per aver baciato sulla bocca la figlioletta. Dopo giorni di carcere, con il rischio di essere condannato fino a 15 anni, è fortunatamente ritornato in libertà. Luca Steffenoni, criminologo, ha indagato il fenomeno della pedofilia e ha scoperto che anche in Italia sono moltissimi i casi di malagiustizia.
Un tema talmente delicato quello affrontato che l'editore ha ritenuto opportuno inserire una nota editoriale per spiegare che non si tratta di un libro sulla pedofilia ma sulla violenza sui bambini, anche su quella che spesso ruota attorno al cosidetto sistema antiabusi, per capire cosa c'è dentro e dietro l'allarme pedofilia e le vicende processuali.
L'autore ha preso in esame molti casi giudiziari e ha riscontrato che molto spesso i pubblici ministeri adottano una sorta di teorema: il bambino non mente mai. A questo proposito ha esaminato alcune inchieste del pm milanese Pietro Forno che ha sostenuto l'esistenza di due tipi di rivelazione: quella diretta e quella mascherata. La prima è quella del bambino ormai adolescente che racconta i fatti, la seconda è quella che si manifesta con un disagio psicologico. Secondo Steffenoni per un genitore accusato sarebbe meglio avere a che fare con la prima tipologia perché si tratterebbe di verificare l'attendibilità dell'accusa. In realtà, però, analizzando molti casi anche questa tipologia è rischiosa perché spesso il minore prima accusa, poi ritratta, quindi racconta a metà e infine conferma la prima versione. Per molti pm, però, il minore racconta sempre la verità, anche davanti ad evidenti contraddizioni.
Il libro prova a raccontare una macchina burocratica che vale milioni di euro. Un affare per molti: associazioni, centri di assistenza, consulenti, psicologi. Già all'atto della denuncia i bambini vengono portati via alla famiglia e in moltissime occasioni, come ha testimoniato Steffenoni, anche dopo l'assoluzione dei genitori rimangono nei centri protetti per anni. Le ragioni del libro - ha scritto in premessa l'autore - sono quelle di dare voce a chi non ne ha e non ne ha avuta ''stretto tra un'informazione che privilegia l'arresto e dimentica l'assoluzione e un'opinione pubblica che baratta le storture del sistema con l'illusoria convinzione che si tratti pur sempre di eccezioni''.

Aggiornamento:
Interessante recensione su: www.legnostorto.com
Ecco alcuni passaggi:
Il criminologo parte da un dato statistico inoppugnabile: ogni anno arrivano 5 mila denunce di pedofilia da parte di scuole, centri d’ascolto, servizi sociali e Asl. Tuttavia, i casi in cui si giunge ad una condanna sono in media annuale, dal 1996 (anno della nuova legge contro la violenza sessuale) circa 850: soltanto il 17% dei casi denunciati si risolve in una sentenza di colpevolezza. Esiste quindi una netta discrepanza fra il numero di denunce e quello di condanne, che induce a ritenere come la stragrande maggioranza dei casi presunti di pedofilia siano del tutto immaginari, frutto di psicosi o vendette private.

Le cause delle false accuse di pedofilia sono essenzialmente due: psicosi ed interessi personali. Anzitutto, lo Steffenoni documenta una mentalità diffusa che tende a vedere una forma di abuso sessuale anche in gesti del tutto naturali e corretti (come lavare proprio figlio o baciarlo), e che conduce con sé determinate ossessioni basate su stereotipi, quali la nozione del “sacerdote pedofilo�?. Statistiche erronee se non falsificate diffuse dai media ed un’attenzione morbosa riguardo a fatti di cronaca concernenti la pedofilia conducono ad un clima isterico, in cui è sufficiente un semplice sospetto od una voce per condurre ad una denuncia.

Inoltre, la grande maggioranza delle false accuse di pedofilia provengono da ex mogli e sono dovute a precisi interessi economici e familiari. Infatti, l’80% di tutte le denunce di pedofilia provengono dall’ex coniuge, quasi sempre la donna, e per di più, ad ulteriore testimonianza della loro inconsistenza, diventano operative soltanto dopo che un tribunale civile ha deciso provvedimenti giudicati dall’ex moglie quali insoddisfacenti. È quello che può accadere con l’affido condiviso o la somma fissata per l’assegno di mantenimento: per vendetta, o per meglio ottenere ciò che desidera, l’ex moglie, o talvolta sua madre, accusa l’ex marito di violenza sul figlio.

Le due cause scatenanti le false accuse di pedofilia, la psicosi e l’interesse personale, debbono la loro esistenza per la massima parte alle attività di associazioni ed autentiche alle lobbies “anti-abuso�? ed “anti-violenza�?. Esse contribuiscono a diffondere un timore irrazionale riguardante presunte violenze domestiche, ed assieme a promuovere una severità eccessiva e squilibrata nelle leggi e nei processi concernenti casi di violenza sessuale.

La conseguenza di ciò è l’accettazione acritica da parte di larga parte della popolazione d’affermazioni infondate sulla diffusione massiccia della pedofilia, in realtà secondo Steffanoni molto più rara di quanto non sostengano allarmistiche ed interessate “statistiche�? fornite da associazioni sedicenti “anti-violenza�?, di scarso o nullo contenuto scientifico. Inoltre, a causa del clima formatosi e delle leggi vigenti, la facilità con cui le imputazioni sono credute, e la durezza con cui i presunti colpevoli sono perseguiti, rende agevole e proficuo rivolgere false accuse.

Le due cause scatenanti le false accuse di pedofilia, la psicosi e l’interesse personale, debbono la loro esistenza per la massima parte alle attività di associazioni ed autentiche alle lobbies “anti-abuso�? ed “anti-violenza�?. Esse contribuiscono a diffondere un timore irrazionale riguardante presunte violenze domestiche, ed assieme a promuovere una severità eccessiva e squilibrata nelle leggi e nei processi concernenti casi di violenza sessuale.

Queste lobbies “anti-violenza�? hanno una motivazione assieme ideologica ed economica nella promozione delle proprie attività. Da una parte, esse sono spesso fortemente condizionate dall’ideologia femminista
e quindi dai suoi stereotipi sulla presunta brutalità maschile e dall’ossessione per i fenomeni di violenza domestica, che viene enfatizzata ben oltre la sua effettiva dimensione. Dall’altra, questa rete di centri di assistenza, società “no profit�?, onlus, case di accoglienza ecc. traggono i loro finanziamenti, per intero od in misura essenziale, da enti pubblici. Tali associazioni ed istituti e le persone che vi lavorano hanno quindi interesse diretto a far sì che l’allarme sociale e l’attenzione giudiziaria verso la pedofilia permangano elevati, affinché l’afflusso di fondi prosegua.

Quando la denuncia per pedofilia perviene alla magistratura, una serie di fattori intervengono a distorcere il procedimento processuale ed a fare dell’imputato un “presunto colpevole�?. In primo luogo, la legislazione nazionale in materia di violenza sessuale è formulata in maniera ambigua, cosicché l’abuso viene ad essere definito non oggettivamente (in relazione ad un fatto obiettivo) ma soggettivamente (in rapporto alla “sensazione�? provata dalla presunta “vittima�?). In altri termini, la legge italiana sullo stupro può essere interpretata ed applicata condannando per violenza carnale unicamente sulla base delle dichiarazioni della “vittima�?, ed anche per gesti e comportamenti non attinenti direttamente alla sfera sessuale. La situazione è infatti peggiorata quando, nel 1996 è entrata in vigore la nuova legge sulla violenza sessuale, mediante l’introduzione di una norma che persegue atti in cui non esiste contatto genitale, espressa in termini vaghi e generici, tale da rendere qualificabile quale una “violenza�? anche atti del tutto innocenti.

In secondo luogo, il sistema giudiziario è malamente organizzato nell’affrontare i casi di pedofilia. Si ha una sovrapposizione di competenze fra il tribunale dei minori ed il tribunale ordinario, con il prevalere del primo, l’accusa è molto avvantaggiata rispetto alla difesa (il pm appartiene egli stesso alla magistratura, il difensore invece è un avvocato), ed i consulenti ed i periti a cui si ricorre provengono dalle lobbies “anti-violenza�? di cui si è detto.

L’esito di tutto ciò è che chi viene accusato ha scarse possibilità di difesa, cosicché il processo ha quasi sempre un esito scontato con la condanna dell’imputato. È infatti l’accusato che deve dimostrare la propria innocenza, non l’accusa che deve portare prove della sua colpevolezza, con il rovesciamento del classico e razionale principio giuridico della presunzione d’innocenza: senza prove contrarie, si è innocenti.

I processi spesso sono decisi unicamente sulla base di quanto sostengono i bambini, i quali sono oltretutto molto più vulnerabili degli adulti a svariate forme di pressione, compiute dalle varie parti coinvolte nel sostenere l’accusa. Il bimbo nel processo di pedofilia è sovente subornato da un parente, specialmente la madre, che vuole far condannare l’imputato e si serve della fiducia del figlio e dello strettissimo rapporto d’affetto per convincerlo a produrre affermazioni del cui significato effettivo può persino non essere consapevole. Tale plagio del minore può anche avvenire ad opera dello psicologo o dal “consulente�? nominato dal tribunale, membro di una qualche associazione od onlus “anti-violenza�?.

Le soluzioni proposte da Steffanoni sono articolate, e giustamente rivolte a ciascuno dei vari attori del processo sopra delineato. In primo luogo, egli suggerisce d’evitare la propagazione di un allarme sociale esagerato nei confronti della pedofilia, chiarendo come si tratti di un fenomeno molto meno diffuso di quanto comunemente non si creda. In secondo luogo, il criminologo propone un rapporto dei tribunali e delle autorità pubbliche ben diverso da quello attuale nei confronti delle varie associazioni, onlus, centri sedicenti “anti- violenza�?, che risultano essere sovente ideologizzati ed economicamente interessati alla diffusione di un clima da “caccia alle streghe�? riguardo alla pedofilia. In terzo luogo, risulta indispensabile ritornare al procedimento processuale classico, che si basa sulla coincidenza delle prove, abbandonando totalmente un’impostazione giuridica e magistratuale nella quale l’imputato è “presunto colpevole�?, e che per di più si fonda su soggettivi e discutibili indizi di natura psicologica anziché su riscontri obiettivamente determinati.

L’insegnamento del libro di Steffenoni è persino paradossale. La pedofilia appare essere relativamente rara, mentre invece è molto più diffusa la violenza sui minori, e sugli adulti, provocata dalla lotta alla pedofilia stessa. L’idea di combattere la “violenza sessuale�? finisce con il provocare un numero di vittime di violenza, giudiziaria in questo caso, molto superiore a quello degli stupri di bambini.


Steffenoni su Antenna 3 Nord Est – Sapori Quotidiani


Intervista di Ghigliottina.it

Giustizia e famiglia: quando i bambini vengono allontanati dai famigliari. Inchiesta di Panorama

Written By Giorgio G on venerdì 13 novembre 2009 | 15:08

Mai come in questo periodo si è parlato del dramma dei bambini strappati dalle loro famiglie dal sistema giustizia e finiti in comunità o in affido familiare. Si intrecciano accuse di superficialità dei servizi sociali, di interessi economici di presunti professionisti dell'accoglienza, di troppo interventismo degli organi di giustizia: in mezzo ai tanti casi di effettiva necessità sono stati recenti errori a far salire alla ribalta della cronaca il problema. Il periodico PANORAMA è uscito in questi giorni con un articolo-indagine che cerca di fare luce. Ne pubblichiamo una parte liberamente tratta da Panorama.


In Italia sono più di 32000 mila i bambini che vengono chiusi nelle comunità o dati in affido a un'altra famiglia.
Il più delle volte vengono allontanati dalle loro famiglie per motivi giustificati, come gli abusi sessuali, e maltrattamenti o l'indigenza. Altre per ragioni fumose e impalpabili.

Negli ultimi 10 anni il loro numero è aumentato del 29,3%. Più della metà finisce in affidamento ad altre famiglie, mentre il resto finisce in quelli che prima erano chiamati istituti, dal 2001 formalmente ribattezzati servizi residenziali: oltre un migliaio
di comunità che ospitano 15.624 ragazzini. Un numero enorme che costa allo Stato mezzo miliardo di euro all'anno solo in rette giornaliere. Ma la cifra, calcolano vari esperti di giustizia minorile, andrebbe più che raddoppiata. Oggi, però, è tutto il sistema a essere sistematicamente messo in discussione.

Battagliere associazioni e libri-verità parlano di “bambini rubati dalla giustizia�?. Raccontano di assistenti sociali troppo interventisti, di psicologi disattenti, di una magistratura flemmatica, di interessi economici. E di errori giudiziari sempre più frequenti. Come quello in cui sono incappati due fratellini di Basiglio, ricco paesino alle porte di Milano. Il più grande ha 14 anni, la sorella dieci. Il 14 marzo 2008 la polizia locale li preleva da casa e li porta in due comunità protette.

Un disegno malinterpretato, esattamente come quello che nel 1995 avvia la macchina giudiziaria nel caso di Angela L.: la sua storia è raccontata nel libro, pubblicato dalla Rizzoli, Rapita dalla giustizia. Il padre di Angela viene accusato di abusi sessuali: un falso da cui la Cassazione lo scagionerà completamente nel 2001. Ma la figlia, di appena sei anni, prima viene reclusa in due centri d’affido temporaneo per quasi 36 mesi; poi è data in adozione a un’altra famiglia. Angela tornerà dai genitori solo nel maggio 2006: a quasi 18 anni, ben dieci dopo il suo “rapimento legalizzato “. Uno sbaglio tragico e clamoroso.
 Tanto che la Corte europea per i diritti dell’uomo nell’ottobre 2008 ha condannato lo Stato italiano a risarcire la famiglia: 80 mila euro per un “buco esistenziale�? durato un decennio.

Ogni giorno vengono portati via 80 bambini. Li chiudono in un centro protetto per anni, e costano allo Stato in media 200 euro al giorno�?.
Una cifra che farebbe lievitare considerevolmente la spesa ufficiale per l’accoglienza, stimata in mezzo miliardo di euro. Basta fare due calcoli: 200 euro al giorno fanno un totale di 73 mila euro all’anno per ogni minorenne. Che moltiplicati per i 15.624 ospiti dei centri significa oltre 1,1 miliardi di euro: più del doppio di quanto riveli la cifra in mano ai ministeri, probabilmente troppo prudente.


Chi finisce in queste comunità? Mancando dati nazionali, si può fare riferimento a quelli della Lombardia: per il 34 per cento sono ragazzi dai 15 ai 17 anni; il 28,1 per cento ha dagli 11 ai 14 anni; il 19,4 dai 6 ai 10 anni. Le percentuali sono simili in Veneto, dove i minori fuori famiglia sono quasi 1.700. L’età media è quindi piuttosto alta. Anche perché la permanenza in queste strutture è lunga: a Milano il 53 per cento ci resta più di due anni. Questo significa che centinaia di migliaia di euro vengono spesi per ogni ragazzino. Ciò che accade alla fine di questi allontanamenti forzati è sorprendente: in Piemonte, per esempio, quasi la metà torna a casa.

C’è un altro dato che inquieta: quasi il 77 per cento dei minori viene allontanato per “metodi educativi non idonei�? e per l’�?impossibilità di seguire i figli�?. “Motivi soggettivi, non reali come i maltrattamenti o l’abbandono �? denuncia Gian Luca Vignale, consigliere regionale del Pdl. Il Piemonte, chiarisce, spende 35 milioni di euro all’anno per mantenere 1.179 minorenni nelle comunità. “Mentre solo un terzo di questi soldi viene stanziato per sostegni alle famiglie�? considera Vignale.



Le critiche a periti tecnici, assistenti sociali e magistrati sono sempre più dure. Il criminologo Luca Steffenoni sui casi di malagiustizia minorile ha appena scritto un libro, Presunto colpevole (editore Chiarelettere).<



“I tribunali hanno appaltato tutto all’esterno�? sostiene. “Il processo è uscito dall’alveo delle prove, per trasformarsi in approfondimento psicologico. Gli assistenti sociali hanno diritto di vita e di morte sulle persone. Basta uno screzio tra due coniugi per far nascere patologie incurabili, che legittimano la sottrazione dei figli�?.
Anche per questo motivo il governo sta cercando in ogni modo di incentivare l’affido familiare. “Porterebbe un grande risparmio economico e soprattutto maggiore benessere per i minori�? dice Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare. “La soluzione ideale sarebbe chiudere le comunità e collocare temporaneamente tutti i minori in altre famiglie: cosa che oggi è impensabile�?.
Un’utopia, appunto. “Il problema è che sono pochi i genitori disponibili�? dice il pediatra veronese Marco Mazzi, presidente dell’Associazione famiglie per l’accoglienza: “Su dieci richieste d’affido, riusciamo a dare risposta solo a due�?. Una scelta fatta da poche coppie, e di buonissima volontà: ricevono qualche centinaio di euro al mese per un bambino che comunque alla fine non potranno mai tenere con sé.
“E bisogna garantire anche i contatti con i veri genitori, che devono vedere i minorenni periodicamente�? chiarisce Mazzi. Le cose, però, spesso vanno diversamente.

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